11 dicembre 2009
LO STATO COME MULINO A VENTO
Negli ultimi anni, nazioni intere resistono all’espansione della miniera e allo sfruttamento degli idrocarburi, così come alle monocoltivazioni che divorano le terre native. Questa resistenza è stata molto forte nel Perù neoliberista di Alan Garcia come nel Venezuela bolivariano di Hugo Chavez e nell’Ecuador della rivoluzione cittadina di Rafael Correa.
Se c’è qualche fantasma che sta rincorrendo l’America Latina, per recuperare la celebre frase che intitolava il Manifesta Comunista è quello della resistenza indigena comunitaria, nelle Ande e nella Foresta Amazzonica sudamericana. Negli ultimi anni, nazioni intere resistono all’espansione della miniera e allo sfruttamento degli idrocarburi, così come alle monocoltivazioni che divorano le terre native.
Tutti ricordiamo il massacro di Bagua (Perù), dove migliaia di indigeni resistettero in nome della vita, questo che noi chiamiamo natura, quattro mesi fà alla politica ufficiale di promuovere lo sfruttamento dell’Amazzonia. Il massacro perpetrato il Giorno Mondiale dell’Ambiente, il 5 di giugno, è parte di una lunga guerra per l’appropriazione dei beni comuni, portata avanti dopo la firma del TLC tra il Perù e gli Stati Uniti. I fatti del 5 di giugno lasciarono un centinaio di feriti da pallottole e tra i 20 e i 25 morti per la volontà di dividere in parcelle 63 milioni di ettari in grandi proprietà per facilitare l’entrata delle multinazionali.
A fine di settembre si registrò una nuova protesta indigena in Ecuador, questa volta in difesa dell’acqua, minacciata dalla miniera a cielo aperto. Le organizzazioni indigene si scontrarono con un governo che si proclamava antiliberista, che promuoveva il "socialismo del XXI secolo" e che spingeva per una "rivoluzione cittadina", che ha fatto approvare la Costituzione più avanzata in materia ambientale, che dichiarava la natura come soggetto di diritto. Ci fu un morto, il conflitto poi si aprì al dialogo tra il governo e la CONAIE, con la promessa di Correa di modificare le leggi sull’acqua e la miniera.
Il 13 di ottobre, il conflitto che coinvolse le comunità indigene Yukpa nella conca del Fiume Yaza, Stato di Zulia, Venezuela, ebbe due morti. Allevatori e minatori stavano cacciando gli indigeni dalle loro terre, sostenuti dall’irresponsabilità di funzionari con competenze in materia di ambiente, terra e popoli indigeni, secondo le denunce di organizzazioni venezuelane. Secondo un comunicato, questi "si sono incaricati di frammentare le comunità mediante il clientelismo dei programmi di costruzione di case, compera di camion e concessione di crediti per i Consigli Comunali che sono parte del Plan Yukpa, con la finalità di ottenere il loro appoggio incondizionale per la firma di alcune proposte di demarcazione" delle terre che "costituiscono un modo di mantenere la presenza e i privilegi dei proprietari di terre, condanando gli indigeni all’esclusione".
Nel fondo di questi conflitti ci sono due modi di stare al mondo. Il concetto di "sviluppo", tanto apprezzato dalle sinistre, non appartiene all’universo concettuale dei popoli originari del continente. Si tratta di una proposta neocoloniale che utilizza i beni comuni come mercanzia. In effetti, il modello estrattivista ai nativi risulta alieno, perchè solo contribuisce alla distruzione del mezzo di sussistenza di dove loro vivono.
Però c’è anche qual’cosa di più importante. Lo Stato-Nazione è una costruzione dell’Occidente che non ha niente ha che vedere con le tradizioni indigene. Esistono relazioni tra l’estrattivismo e gli Stati? Credo che un paese, uno Stato-Nazione, ha una logica per la quale no può avere carenza di un modello di produzione che gli garantisce stabilità. garanzie di poter mettere in pratica l’obbiettivo centrale che è la riproduzione dello Stato, ossia delle relazioni sociali che possiamo chiamare statalità. Gli stati, come tutte le istituzioni, sono relazioni modi di fare; non cose o oggetti. Così che l’obbiettivo di qualsiasi Stato è continuare ad essere Stato, riprodurre le relazione sociali che fanno la statalità. Sono profondamente conservatori e questo è intrinseco allo Stato.
Nelle tradizioni indigene non esiste lo Stato, ma c’è invece la comunità, che funziona in base a una logica totalmente opposta. Non è nè migliore nè peggiore, solamente differente. Dal punto di vista dell’emancipazione, la comunità può essere tanto oppressiva come lo Stato. I tutti i casi, bisogna chiedere alle donne e ai giovani. Una differenza chiave è che lo Stato-Nazione è una relazione sociale capitalista; la comunità non è capitalista, è comunità. Lo Stato esiste per l’accumulazione del capitale; la comunità per la comunità ossia per perpetuare il tipo di relazione tra i suoi membri. Lo Stato sopravvive depredando tutto quello che c’è attorno; la comunità sopravvive solo se lo conserva.
Dal momento che il socialismo del XXI secolo è un socialismo statale, o come si vuole denominare un regime di Stato, è naturalmente opposto e antagonista alla logica comunitaria, ossia indigena. Su questo tutti i partiti del socialismo dovrebbero riflettere, dai bolivariani fino alle FARC. La logica statale, nella sua forma partito, sindacato o quello che è, è incompatibile non solo con i modi di vivere degli indigeni, ma anche con l’ambiente e con la vita umana mediamente libera. A questo riguardo, le comunità indigene non necessitano della miniera nè dello sfruttamento petrolifero; hanno solo bisogno di controllare i depredatori dell’ambiente e degli esseri umani.
Pierre Clastres, l’antropologo che visse con i Guayakis, fu molto chiaro quando comprese che tutta l’energia della tribù era destinata ad impedire che i capi-che sempre lo fanno-abbiano potere. Quando i capi acquisiscono il potere, si installa una logica nella quale gli esseri umani si convertono in mezzi invece di continuare ad essere il fine.
In un buon romanzo, voglio trasmettere l’idea che il socialismo e lo Stato sono antagonisti. La comunità è socialismo-comunismo; il capitalismo solo sopravvive grazie al polmone Stato. I partiti del socialismo dovrebbero riflettere che non si tratta di maggiore o minore radicalità dei processi; che non si tratta di più riforme, di più nazionalizzazione, ecc.. Ma invece di di trovare altre forme che non hanno a che fare con lo Stato. Questo si sarebbe una rivoluzione, culturale, sociale, politica, paradigmatica.
Ah: non è un dibattito teorico; per lo meno in America Latina è parte della nostra realtà.
Raúl Zibechi
Fuente: CENSAT |